CAROVANA DELLA RISATA PALESTINA 2003
Hanno partecipato:
Elena Griseri , Martina Monetti , Ignazio Laico, Paolo Valenti ,
Pierpaolo Di Giusto
PREMESSA
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La Carovana della risata in Palestina è stata pensata circa un anno e mezzo fa incontrando a Udine Noah Salameh , rappresentante del CCRR. (Centro per la risoluzione dei conflitti e riconciliazione ) di Betlemme.
La partenza è stata rinviata due volte per motivi di sicurezza e alla fine abbiamo deciso di partire il giorno 17 giugno 2003.
Erano giorni che in Palestina ed Israele si alternavano notizie di possibile pace e notizie di grandi violenze, eravamo preoccupati, ma le precauzioni che avevamo preso per il nostro viaggio, ci hanno convinto a partire lo stesso.
Un nostro dubbio era come convincere gli Israeliani a farci uscire
dall'Aeroporto (dato che sapevamo che se non avessimo avuto motivi convincenti del nostro essere lì ci avrebbero rispedito direttamente a casa.).
Un altro dubbio era come entrare nei territori occupati e incontrarci con il nostro contatto che ci aspettava al di là del chek point di Betlemme.
Terzo, sapevamo che un altro momento duro sarebbe stato alla dogana al l'aeroporto di Tel Aviv, al nostro ritorno, dove avremmo dovuto dimostrare di non aver avuto nessun contatto con i Palestinesi.
(Per questo motivo abbiamo a malincuore deciso di non portare la telecamera che , se avessero voluto avrebbero facilmente verificato il contenuto.)
Avevamo parlato con molte persone che erano già state in Palestina e anche con organizzazioni umanitarie che lavorano sul posto, ma nessuno ci aveva dato la certezza di poter passare tutti gli ostacoli.
A pochi giorni dalla partenza abbiamo conosciuto a Udine Jacques Frant, un frate del Patriarcato greco cattolico che in Palestina ha una Agenzia che organizza pellegrinaggi in Terra Santa e che attualmente ha anche una sede a Udine.
Con estrema disponibilità, visto che doveva anche lui andare in Palestina per motivi di lavoro, si è offerto di accompagnarci per aiutarci anche a risolvere eventuali problemi.
Dico subito che senza il suo aiuto questa Carovana non avrebbe raggiunto il suo scopo.
Infatti la sua presenza ci ha aperto tutte le porte, prima quella dell'aeroporto e poi quella del check point.
In pratica ci ha consegnato nelle mani degli organizzatori Palestinesi del Centro Culturale IBDAA che ci aspettavano a Betlemme e poi se ne è andato al suo villaggio, dove lo avremmo raggiunto gli ultimi giorni del nostro viaggio.
Avevamo già un calendario degli spettacoli che avremmo dovuto effettuare, in pratica però, viste le situazioni precarie, abbiamo di giorno in giorno verificato quello che si poteva fare e seppur con molti cambi improvvisi di programma, abbiamo realizzato in 12 giorni 11 spettacoli e quattro laboratori.
Ci hanno aiutato nella realizzazione di questo progetto oltre a Payasos sin Fronteras anche il Circolo Culturale Nuovi Orizzonti, la Cooperativa Damatrà, la Compagnia Brujerias de Papel ,la Cooperativa Itaca, la Compagnia Cosmoteatro e le nostre amiche Paola , Vittorina e Roberta. Un grazie anche al Teatro Schabernach, al Gruppo musicale Sache Burache e a Federico Galvani.
CAROVANA DELLA RISATA
PALESTINA 17-30 GIUGNO 2003
MARTEDI' 17 /6
partenza da Venezia - arrivo a Dheisheh camp.
MERCOLEDI' 18/6
organizzazione degli interventi in collaborazione con il centro culturale
IBDAA.
GIOVEDI' 19/6
ore 14.oo laboratorio di costruzione di burattini nella biblioteca gestita dal
centro IBDAA
partecipanti: 25 bambini
ore 18.oo 1° spettacolo - sala presso "IBDAA CENTER"
250 spettatori
DHEISHEH CAMP è un campo profughi che nasce nel 1948, dopo la prima ondata di occupazione da parte israeliana dei villaggi arabi. L'intero campo viene recintato da un muro di cemento e filo spinato dal 1968 al 1994, con una sola porta per entrare ed uscire. Ora la recinzione è stata quasi completamente eliminata (rimane la porta, per non dimenticare mai ciò che è stato) comunque il campo si percepisce come una realtà a parte, vissuta dall'interno e vista dall'esterno come un luogo provvisorio.
Si estende su una superficie di 1 km quadrato, accoglie 11.000 abitanti, di cui 4.500 bambini che hanno a disposizione solamente due scuole all'interno del campo, per cui le frequentano a turni.
Sempre all'interno del campo è presente una clinica con un medico che ogni giorno visita dai 300 ai 400 pazienti. Dopo la seconda intifada la situazione economica è molto critica, infatti molti degli abitanti di Dheisheh hanno perso il proprio lavoro essendo oramai impossibile per loro muoversi fuori dalla zona del campo o comunque entrare nei territori israeliani dove una volta lavoravano.
Il centro culturale "IBDAA" (l'unico all'interno del campo profughi) è stato fondato circa 10 anni fa, prima in un locale molto piccolo, ora, con vari aiuti di fondazioni estere, è stato costruito un edificio di 4 piani che ospita una sala computer per corsi di formazione ed internet point, un ostello, una ampia sala per prove e spettacoli, un ristorante. Il centro gestisce anche una piccola biblioteca per le attività rivolte ai più piccoli, mentre per i ragazzi vengono organizzati allenamenti di calcio, pallacanestro (con relative squadre), nuoto; inoltre corsi di computer per ragazzi ed adulti, campi estivi per bambini ed adolescenti. Da diversi anni il centro promuove anche gruppi di danze tradizionali che riescono a portare all'estero i loro spettacoli per far conoscere attraverso l'arte la cultura del popolo palestinese e la situazione che si trova a vivere da oltre 50 anni.
IBDAA cerca anche di aiutare le famiglie dando possibilità di lavoro almeno ad un adulto per nucleo; in questo momento 25 persone lavorano attivamente nel centro ricevendo uno stipendio, mentre attraverso collaborazioni con l'estero si stanno realizzando attività di incentivo alla produzione artigianale (ricamo, lavorazione del legno).
IBDAA è una realtà molto importante per il campo profughi di Dheisheh perché crea relazioni nella comunità, con altre associazioni palestinesi, con l'estero; cerca di dare lavoro quindi cibo alle famiglie, da modo ai bambini e soprattutto agli adolescenti di avere un posto dove poter passare il proprio tempo, dove imparare ad esprimere il proprio disagio in maniera positiva e costruttiva.
I responsabili del centro ci hanno accolto in modo molto caloroso , anche perché ogni contatto con l'estero significa la possibilità di far vedere e spiegare realmente come vive la maggior parte del popolo palestinese e quindi una speranza di cambiamento, non tanto attraverso aiuti economici (comunque utili) ma soprattutto attraverso le testimonianze dirette che i visitatori possono dare una volta tornati nella loro realtà: il messaggio forte è quindi l'appello di un popolo che non è fatto di soli " terroristi" ma che cerca di cambiare la propria disperata situazione attraverso relazioni, solidarietà, cultura, informazione, studio. Per capire le diverse situazioni presenti in Palestina è stato quindi molto utile l'aiuto dei responsabili del centro, che hanno organizzato per i nostri spettacoli un itinerario il più possibile vario e realizzabile considerate le difficoltà quotidiane per gli spostamenti.
VENERDI' 20/6
ore 15.oo 2° spettacolo - sala presso "HANDALA CENTER"
150 spettatori
Il centro culturale Handala si trova all'interno del campo profughi di AZZEH, uno dei più piccoli campi presenti nei territori occupati. Si tratta nei fatti di una unica strada da cui partono piccoli vicoli che ospitano circa 1200 persone di cui 400 bambini. Non ci sono cliniche e scuole interne al campo, quindi i bambini per poter imparare devono andare nei villaggi vicini, ma questo è impossibile quando c'è il coprifuoco; il piccolo centro culturale (tre stanze in tutto) con i suoi volontari organizza in questi casi una scuola a turni e varie attività che possano almeno in parte coprire le esigenze dei più piccoli. La posizione del campo inoltre è molto delicata, in quanto vicino alla strada che porta a Betlemme, continuamente percorsa da mezzi dell'esercito israeliano.
Il centro culturale "HANDALA" esiste dal 1998, nonostante il poco spazio a disposizione organizza attività per bambini ed adulti, campi estivi, e intrattiene relazioni con diverse associazioni estere.
SABATO 21/6
ore 12.oo laboratorio di giocoleria presso IBDAA center
partecipanti: 25 ragazzi tra i 12/15 anni.
ore 14.oo laboratorio di costruzione di burattini nella biblioteca gestita dal centro IBDAA
partecipanti: 20 bambini
ore 18.oo 3° spettacolo - giardino del ARAB ORTHODOX SPORT CLUB
450 spettatori
Il centro arabo ortodosso di BEIT JALA esiste dagli anni 30, fondato con gli aiuti arrivati dagli immigrati palestinesi all'estero; organizza attività prevalentemente sportive per giovani ed adulti (al suo interno ospita una palestra), momenti di aggregazione per tutta la comunità e una compagnia di danza e musica tradizionali. Si tratta di uno spazio molto ampio con un giardino- parco giochi ben curato e molto frequentato. Nonostante sia chiaramente un circolo culturale, un anno fa è stato bombardato dall'esercito israeliano, che una volta entrato all'interno ha distrutto fotografie, coppe, immagini della Palestina, attrezzature sportive e mobili.
Lo stesso paese di Beit Jala si trova in una posizione pericolosa perché sorge proprio di fronte all'insediamento illegale di Gilo, in precedenza villaggio arabo, alcuni anni fa occupato dall'esercito israeliano prima quindi dai coloni e per questo luogo di continui scontri.
A Beit Jala si trova anche l' INAD THEATRE (Teatro Testardo) nato nel 1987 come associazione no-profit e unico gruppo professionista di quest'area. Predilige il lavoro nella comunità ed incoraggia gli scrittori locali rappresentando le loro opere, così il gruppo cerca di incentivare non solo la propria produzione artistica ma anche di far crescere al cultura palestinese e di far conoscere all'estero la realtà di un popolo privato dei diritti elementari.
Durante la seconda Intifada il loro teatro è stato bombardato per tre volte dall'esercito israeliano ed è ora totalmente ricostruito.....anche per questo si chiama testardo! Per la situazione che si è creata l'Inad Theatre ha deciso di privilegiare il lavoro con i bambini attuando, attraverso le sue rappresentazioni, una sorta di terapia psicologica di sostegno alle vittime più indifese ed esposte ai traumi del conflitto.
Abbiamo la possibilità di incontrarci con una parte della compagnia che ci racconta com'è possibile cercare modi diversi di comunicare in una realtà così complicata. Il loro piccolo teatro era un garage, trasformato in un'ampia sala prove che può ospitare spettacoli e laboratori; per realizzare tutto questo i primi anni di attività si sono basati sul baratto: spettacoli in cambio di cemento, impianti elettrici, pavimentazione ecc. Da circa 5 anni INAD è una compagnia professionale che realizza spettacoli e laboratori per piccoli e grandi e cerca di promuovere la crescita di una generazione di palestinesi che amino il teatro e le arti in genere, avvicinando i bambini alla diversità delle culture e delle opinioni e fornendo loro un mezzo di espressione diverso per le loro angosce e paure. Nonostante le difficoltà enormi per gli spostamenti, INAD riesce a lavorare non solo in diverse zone della Palestina (per esempio uno dei loro spettacoli più conosciuti si sposta su un camion che serve anche da palco, visto che spesso sale o teatri sono inagibili, così nel corso del 2001 hanno realizzato più di 200 rappresentazioni itineranti attraverso tutti i villaggi e i campi profughi tra Betlemme e Hebron, alle quali hanno assistito 120.000 bambini) ma anche all'estero, partecipando a rassegne in Italia, Francia, Giordania...molte turnèe comunque sono irrealizzabili per l' impossibilità degli attori, soprattutto maschi, di uscire dal territorio palestinese.
DOMENICA 22/6
ore 12.30 4° spettacolo - sala presso il centro culturale di BEIT ULA
100 spettatori
BEIT ULA si trova più a sud rispetto a Betlemme, vicino ad Hebron.
Per raggiungere questo piccolo villaggio distante solo 30 km circa, partiamo alle 8.oo di mattina: nel percorso prendiamo 1 autobus, 2 taxi, facciamo 6 km a piedi e una macchina dell'organizzazione che ci aspetta, attraversiamo anche 1 check point dove noi "stranieri" non abbiamo eccessivi problemi, ma tutte le persone che viaggiano sul nostro stesso autobus vengono respinte e uno dei due ragazzi del centro Ibdaa che ci accompagna viene trattenuto per una mezz'ora senza alcuna motivazione.....vicino alla torretta circondata da filo spinato e soldati c'è anche la prigione dove lui un anno fa è stato custodito per 10 giorni senza alcuna imputazione.
Nel cercare di raggiungere questo "lontanissimo" paese ci imbattiamo anche in un tratto di autostrada che dal giorno precedente è stata chiusa al traffico palestinese: in poche parole solamente i mezzi israeliani, cioè quelli a targa gialla, possono percorrerla per avvivare ad Hebron, che è comunque chiusa e sotto coprifuoco dopo l'assassinio di un esponente di Hammas da parte dei servizi segreti israeliani.
Durante il viaggio vediamo un piccolo campo profughi tenuto d'occhio da una postazione militare molto attiva e un grande ostello con parco, chiuso, palesemente abbandonato....pensiamo a quante possibilità ci sarebbero di usare un posto così.
Mentre percorriamo strade di campo pigiati in sette dentro una macchina, Ignazio è colpito dalla somiglianza tra queste file di viti e ulivi e la sua Puglia: vede lo stesso paesaggio roccioso, la terra polverosa e i muretti a secco, le coltivazioni che quasi lottano per imporsi....così nonostante tutto, si sente un po' a casa.
Finalmente arriviamo, alle 12 circa, in un'oasi di alberi e ombra, accolti da due file di bambini che ci battono le mani cantando "welcome -welcome to beit ula...".
Il centro culturale che ci ospita ha un parco giochi molto ampio e curato, una bella sala dal soffitto alto pieno di nidi di passeri.....così tra gli spettatori del nostro spettacolo dovremo contare anche gli uccellini che volano continuamente sopra le teste. I bambini qui sono molto diversi da quelli che abbiamo incontrato finora: tranquilli, vedono lo spettacolo senza agitarsi o urlare, non si danno continue pacche per arrivare in prima fila e alla fine si avvicinano a noi timidi e sorridenti, regalandoci tanti "I love you"....qui sembra che l'occupazione sia lontana, in realtà siamo vicinissimi alla linea di confine con Israele tanto che possiamo vedere i tecnologici pannelli radar che controllano il nemico e diversi insediamenti di coloni che si trovano in territorio palestinese.
Il centro che oggi ci ospita oltre a realizzare attività con i bambini ha anche intrapreso un piano di miglioramento della coltivazione di ulivi con l'aiuto di fondi dello stato italiano....possiamo così vedere l'orgoglio della nostra guida sul posto nel mostrarci che loro hanno usato al meglio i soldi ricevuti, e ci chiede anche di farlo sapere una volta tornati a casa.
Il viaggio di ritorno ci spaventa un po' vista l'esperienza della mattina....in realtà è molto più veloce perché attraverso una vera e propria staffetta di urla dai finestrini, il taxi che prendiamo subito dopo aver lasciato Beit Ula ci porta fino oltre il check point, percorrendo stradine polverose (dove noi speriamo sia ovvio il senso unico ma così non è) dietro a grossi camion carichi di enormi massi di pietra bianca che non si capisce bene come non ci caschino addosso.
ore 18.oo 5° spettacolo - piazzale presso ALKHADEL CONVENTION
FOR CULTURE AND DEVELOPMENT
500 spettatori
ALKHADEL è un piccolo villaggio troppo vicino al check point del confine israeliano...per questo il suo centro culturale, fondato da poco ma molto organizzato, in questo momento non può utilizzare le proprie sale: sono state rese inagibili durante scontri recenti. Il nostro spettacolo trova posto così in un grande piazzale polveroso, con un vento forte che ci avvolge da tutte le parti e come palco il cassone di un camion che per noi non si muoverà mai più, invece funziona eccome!
E' sicuramente lo spettacolo più difficile ed entusiasmante : una folla di grandi e piccoli che aumenta sempre più, sporge da balconi, tetti, pali della luce, ci accerchia , ci applaude, è inutilmente trattenuta da una corda che ben presto diventa il vero spettacolo.
Alla fine, ancora circondati dai bambini, veniamo ospitati in un'accogliente veranda con the e mish-mish (albicocche) dove dei responsabili del centro ci raccontano le loro attività(non poco disturbate dalla mancanza di spazi): laboratori e campi estivi per bambini, sviluppo dell'occupazione femminile, sport e politica.
Le due persone che ci parlano sono veramente speciali: uno ha abitato per otto anni in India, l'altro si presenta come sosia di Che Guevara o Gesù Cristo, a nostra scelta, ed ha letto tutto Gramsci: finiamo così a parlare di Shakespeare, Pasolini, comunismo, storia dell'Italia....e poi ci si saluta.
LUNEDI' 23/6
ore 18.oo 6° spettacolo - sala presso "IBDAA CENTER"
150 spettatori
E' l'ultima giornata qui a Dheisheh ...anche noi subiamo l'incertezza del posto e del momento e il nostro spettacolo ancora di più: alcuni dei bambini presenti l'hanno già visto, agli altri è stato raccontato, così i nostri gesti sono presto indovinati e questo un po' ci confonde. Mentre i piccoli spettatori si allontanano urlando i versi di Ignazio, il nostro amico-guida-fratello Jihad si esprime sul nostro spettacolo meglio di un critico teatrale.
MARTEDI' 24/6
ore 12.oo 7° spettacolo - campo estivo presso piscina
50 spettatori
E' una giornata particolare: saremo dovuti partire per Ramallah, ma ci sono stati dei problemi, ed è tutto rinviato a domani. Facciamo così uno spettacolo per bambini con handicap che la mattina frequentano un campo estivo presso la piscina; sempre vicini a Dheisheh, ma fuori dal campo profughi. Siamo in pochi, sotto l'ombra degli alberi, il caldo sembra non toccarci; ma finito lo spettacolo ci invitano a tuffarci: è strano, sembra di essere in vacanza, se non fosse che la piscina è quasi deserta, le due ragazze del gruppo (sole in tutta la piscina, qui le donne normalmente non fanno bagni) si bagnano ben coperte, il bagnino si esibisce in capriole e spaccate sul bordo vasca.
Domani si parte sicuramente....dobbiamo salutare Dheisheh, ma forse non ne abbiamo molta voglia, soprattutto Pierpaolo che continua a passare la serata con i suoi amici : i bambini che sfrecciano in bicicletta tutto il giorno davanti al centro, così sorridenti anche quando tirano sassi ai soldati, quando mostrano le ferite delle pallottole sulla pelle, quando raccontano dei fratelli morti.
MERCOLEDI' 25/6
ore 13.oo 8° spettacolo - sala presso "Centro Culturale Cittadino" a
RAMALLAH
200 spettatori
Partiamo la mattina presto da Dheisheh, attraversando a piedi il primo check point, vicino a Betlemme. I controlli sono un pò più rigidi rispetto al giorno in cui siamo arrivati: ci fanno aprire i bagagli, controllano ogni borsa, poi capiamo che ce ne possiamo andare per fare i pochi metri che portano dall'altra parte....ed è veramente strana questa sensazione di "essere divisi" tra due posti che sono esattamente uguali.
Abbiamo appuntamento con Padre Jacques che ritroviamo così dopo quasi una settimana; ci accompagna fino a Ramallah e ci aiuta a passare il secondo check point della giornata, quello di Kalandia, famoso perché molto grande, perché controlla la città dove il presidente dell'autorità nazionale palestinese Yasser Arafat è costretto a stare rinchiuso nel suo quartier generale, perché spesso blocca tutto e tutti, perché protagonista in un film recente.
La città è diversa rispetto ai posti che abbiamo visto finora: più traffico, più pubblicità, prezzi più alti, più vita che scorre apparentemente normale.
Arriviamo nel centro dove faremo il primo spettacolo della giornata; un bel edificio costruito da poco, ampie sale per diverse attività che coinvolgono bambini e ragazzi: corsi di computer ed inglese, sport, laboratori di pittura e teatro, proiezioni video, una biblioteca in cantiere, campi estivi....e per la prima volta molte ragazze che collaborano attivamente alla gestione del centro, più presenti insomma come animatrici rispetto alle altre realtà finora visitate. Siamo accolti dall'immagine divertente di un bel signore senza capelli che suona un tamburo e canta meravigliosamente in mezzo a tanti bambini e bambine, sotto un grande telo verde, sotto il sole caldo, sotto la luce accecante: un cantastorie fuori dal tempo che, scopriremo dopo, viene chiamato braccio di ferro, è molto simpatico e i bambini adorano cantare con lui. Per la prima volta qui siamo scambiati per Israeliani perché non parliamo arabo...ma nonostante la piccola diffidenza iniziale poi, come sempre, i bambini ci circondano, prima e dopo lo spettacolo; ancora ci sorprende la loro vivacità, tutte le parole di inglese che escono fuori da quelle piccole bocche sorridenti, le mani che ci accarezzano e gli abbracci spontanei.
Dopo lo spettacolo veniamo intervistati da un giornalista di un quotidiano locale, accompagnato da un cameramen più volte colpito da proiettili mentre faceva il suo lavoro: le immagini sono pericolose, e chi le crea, le riprende, le può far rivedere lo è ancora di più. Così mentre ci raccontano le condizioni in cui si trova a lavorare qui chi fa informazione, appaiono davanti ai nostri occhi buchi veri e cicatrici sulla pelle, che si mescolano alle ultime immagini degli arresti del giorno prima a Hebron e Gaza: file lunghe di giovani bendati da strisce di tela bianca e gialla, i polsi stretti dalle fascette di plastica che si usano per i tubi. E' tutto reale e quotidiano ma parlarne, scriverne, farne fotografie può essere veramente pericoloso: il minimo è vedersi strappare il rullino dalle mani e la pellicola strappata in tanti piccoli pezzi, il massimo è morire, come l'amico italiano del cameramen, ucciso mentre riprendeva l'assedio della chiesa della Natività a Betlemme.
ore 17.oo 9° spettacolo - sala presso il" CHILD CENTER FOR CULTURE AND DEVELOPMENT"
250 spettatori
Il centro in cui ci aspettano nel pomeriggio si trova all'interno del campo profughi di Kalandia (anche questo sorto dopo l'occupazione israeliana del 1948, raccoglie famiglie provenienti da 12 villaggi e 5 città) vicino al famoso check point, ad 1 chilometro dal muro "di pace e sicurezza" che avanza.
Come è spiegato nei colorati depliants che ci regalano i responsabili (che poi ci spediremo da Tel- Aviv in Italia per evitare problemi durante i controlli in aeroporto) il centro, costruito nel 2002 con aiuti provenienti dal Canada, è una O.N.G. basata sul volontariato che si propone di sviluppare le capacità fisiche, psicologiche, emotive di bambini e ragazzi, difendere i loro diritti, occupare il tempo libero in attività che consentano di trovare sbocchi positivi e creativi per alleviare la pressione costante in cui tutti si trovano a vivere, ma che sicuramente i più piccoli soffrono di più. Nel depliant ci sono belle immagini di bambini che giocano, ridono, ballano; ci sono parole come sviluppare, creatività libera, coscienza di se stessi, spirito di collettività, prepararsi a vivere le future fasi della vita, conoscere le proprie tradizioni, evitare l'esclusione sociale, curare, limitare i danni dovuti alle violazioni dei diritti umani.....non sembrano progetti e necessità molto diversi da quelli che normalmente i nostri bambini si trovano a vivere, ma forse cercare di far crescere i propri figli con stimoli intelligenti e sani, cercare di far dimenticare i danni di guerra e sofferenze, è pericoloso e rivoluzionario.
Il centro ha diverse sale, un parco giochi, un campo di calcio, uno spazio grande con palco (che viene pulito appositamente per il nostro spettacolo), tanti giovani animatori che si danno molto da fare, accoglienti e sorridenti.....si capisce che lavorano molto e bene con i bambini, anche per come viene seguito il nostro spettacolo: siamo tutti sorpresi dal silenzio e attenzione che ci arrivano dal pubblico diviso tra bambine (a destra) e bambini (sinistra), dalla complicità che respiriamo, dall'emozione che condividiamo nella grande sala di cemento umido.
La serata la passiamo in una casa privata, in cui siamo ospiti di un regista e di un attore più volte premiati in vari festival teatrali .....peccato che lo scarso inglese non ci permetta di capire fino in fondo come e quanto possono lavorare; ci accontentiamo di vedere fotografie in cui immagini di spettacoli con ragazzi che impersonano soldati e prigionieri si mescolano ad una Biancaneve accompagnata da veri nani, costumi da mille e una notte stanno vicino ad ombre semplici ma forti.
Sopra a tutto c'è, come sempre, la tivù a volume alto... musica e film americani sono comunque l'accompagnamento delle giornate di tutti.
GIOVEDI' 26/6
ore 11.oo 10° spettacolo - sala presso il centro culturale di AMARI camp
150 spettatori
AMARI camp è un piccolo campo profughi che si trova all'interno della città di Ramallah.
Abbiamo già visitato il centro culturale (che ci ospita per lo spettacolo) nel pomeriggio di ieri: un piccolo giardino con giochi come unica macchia verde stretta fra case e vicoli, sorvolato da colorati aquiloni che spesso finiscono in mezzo alle antenne e foto del presidente Arafat attaccate ai muri, un ufficio-laboratorio decorato da pesci blu, al secondo piano una grande sala con palco e scenografie...distrutta l'anno scorso da bombardamenti e proiettili. Si sta già ricostruendo, l'unico dubbio è che pericolo può rappresentare un luogo dove giocano e si incontrano bambini.
Anche qui sorprende la capacità di continuare: laboratori teatrali, musica, giochi, incontri che ostinatamente vengono realizzati nonostante le mancanze: spazi piccoli, spesso rovinati, poca libertà, continuo senso di pericolo, nessuna sicurezza per il futuro....
Sempre ieri abbiamo visto il quartier generale di Arafat: quello distrutto e quello nuovo ricostruito 100 metri più in là; le nostre guide si dispiacciono per l'ora tarda, altrimenti avremmo potuto incontrare il presidente: le sue porte sono sempre aperte, dicono, e le due guardie all'entrata, giovani in abiti civili stretti sotto ad una tettoia in compagnia di due sedili di macchina e due mitra non spaventano molto, fanno cenni di saluto e sorridono.
Nel primo pomeriggio ripartiamo da Ramallah, sicuri che abbiamo visto poco; riattraversiamo il check point di Kalandia, dove aspettando Padre Jacques assistiamo all'inseguimento di una macchina che non rispetta i controlli; in realtà abbiamo l'impressione che la sicurezza non sia il motivo principale che spinge a fare barriere di cemento e filo spinato con carri armati e soldati seri, quasi muti che le sorvegliano; in fondo sarebbe possibile eludere tutto questo....allora perché?
VENERDI' 27/6
ore 15.oo laboratorio di costruzione di burattini presso locali della parrocchia di Taybeh
partecipanti: 25 bambini
ore 19.30 11° spettacolo- giardino della parrocchia di Taybeh
500 spettatori
TAYBEH è l'unico paese totalmente cristiano della Palestina: si dice che qui Gesù si sia fermato a riprendere forze prima di tornare a Gerusalemme dove l'avrebbe aspettato il calvario; e infatti la sera si vedono le luci della città santa e divisa che splendono lontano. Nonostante Taybeh sia un paese piccolo, che non si trova in una posizione particolarmente importante, l'unica strada di accesso è chiusa da alcuni giorni da un check point: per noi è abbastanza facile entrare o uscire, ma per gli abitanti della cittadina questo è un vero problema, ancora più grave perché il blocco che ogni giorno si allarga di più con filo spinato, cemento, un bel carro armato, torrette di guardia ecc. non ha motivi reali di esistere; o forse si, visto che due insediamenti di coloni israeliani circondano il paese.
L'ultimo spettacolo del nostro viaggio succede qui, dove c'è anche una fabbrica di buona birra artigianale, così dopo essere stati applauditi da quasi tutto il paese, ci regaliamo il primo sorso di alcool da quando siamo partiti. Si respira un'aria diversa tra queste colline: forse l'apparenza inganna, ma tra la ricostruzione di una tenda beduina, il giardino con chiosco (un bel ritrovo per giovani e famiglie, l'unico in verità), la nuova scuola(tutti lavori messi in cantiere dal nuovo parroco, padre fulmine di nome e di fatto) ci sentiamo meno in allarme, pressione e incertezza sembrano lontane.
Ci aspetterebbe ancora uno spettacolo da fare, a Nevé Shalom/Wahat al-Salam, un villaggio cooperativo nel quale vivono insieme ebrei e palestinesi di cittadinanza israeliana. Equidistante da Gerusalemme e da Tel Aviv-Giaffa, è stato fondato nel 1972 su un terreno di 100 acri preso in affitto dal vicino monastero di Latrun. Nel 1977 si insedia la prima famiglia. Nel 1999 le famiglie residenti sono 30; i progetti attuali di espansione prevedono la crescita dell’insediamento fino a 55 famiglie. I membri di Nevé Shalom/Wahat al-Salam dimostrano in modo tangibile che ebrei e palestinesi possono senz’altro coesistere quando danno vita, insieme, a una comunità basata sull’accettazione, il rispetto reciproco e la cooperazione. Per motivi di organizzazione dobbiamo rinunciare a vedere anche questa realtà, ancora una volta diversa.
Ci concediamo così due giorni di pausa visitando Gerusalemme e il mar Morto. Di luoghi santi ce n'è veramente molti: il San Sepolcro, il giardino
degli ulivi, la spianata delle moschee, il muro del pianto dove a Padre Jacques viene chiesto di nascondere la sua croce e Ignazio viene scambiato per israeliano: "ha armi con se?" è la strana domanda che il nostro amico giocoliere si sente rivolgere dalle guardie che ci perquisiscono prima di raggiungere il muro. Pochi i turisti, il quartiere arabo che brulica di vita e di mercato anche se ormai circondato da insediamenti grandi e piccoli, quello israeliano moderno come una città d'occidente, deserto e immobile perché è sabato.
LUNEDI' 30/6
Ripartiamo, ci aspetta un volo alle 16.35 a Tel Aviv e i consueti controlli.
Per raggiungere l'aeroporto passiamo di nuovo accanto a Ramallah: dopo soli due giorni le cose già sono cambiate, il muro si costruisce velocemente e diversi metri di filo spinato sono stati aggiunti , si parla di tregua, ma......
Per contattare Ibdaa center: ibdaa@dheisheh.acrossborders.org -
info: martinka0432@yahoo.it - pier.digi@inwind.it - aggeggiot@libero.it - s.in.s@libero.it
Pensieri di Elena
Pellegrinaggio in Terra Santa:
il 17 giugno 2003 sono partita, con un gruppo di amici, per un viaggio di 14 giorni in “Terra Santa”: Gerusalemme, Betlemme, Nazareth, le alture del Golan, Gerico, il Mar Morto…tutti posti bellissimi che avrei voluto visitare, ma il nostro viaggio aveva un altro scopo: volevamo andare in Palestina a fare spettacoli teatrali e attività ludiche per i bambini dei territori occupati. Solo che, se ci fossimo presentati alla dogana dell’aeroporto di Tel Aviv sbandierando le nostre nobili intenzioni, rischiavamo di essere immediatamente”rispediti al mittente”, con un bel bollo di indesiderato. Così ci presentammo come un gruppo di pellegrini in Terra Santa.
In effetti andò tutto liscio e senza troppo penare eravamo fuori dall’aeroporto. La nostra prima meta era il campo profughi di Dheisheh, vicino a Betlemme. Là c’è un centro culturale chiamato IBDAA-Center, presso il quale saremmo stati ospitati. Per raggiungerlo dovevamo attraversare il check-point di Betlemme, dove arrivammo in taxi. Avevo già visto delle immagini di posti di blocco israeliani sui giornali o in televisione ma essere lì di persona, faceva tutto un altro effetto! La tensione era palpabile.
Percorremmo a piedi circa una ventina di metri di percorso obbligato, creato da blocchi in cemento, reti metalliche e filo spinato, sotto lo sguardo attento dei soldati, sei o sette in tutto, tra ragazzi e ragazze di età compresa tra i 18 e i 20 anni circa, tutti militari di leva! Il viaggio in taxi fino all’IBDAA - Center ci dette subito un’idea di come sono ridotti attualmente i territori occupati: le strade sono disastrate, gli automezzi devono compiere delle vere e proprie gimcane, per evitare buche enormi. Ovunque giacciono le macerie di abitazioni distrutte, alle quali si contrappongono altrettanti cantieri di ricostruzione. Vaste zone sono circondate da muri in cemento armato e reti metalliche, sormontate da fili spinati. Davanti all’IBDAA- Center, che è situato proprio all’ingresso del campo profughi di Dheisheh, campeggia il tetro scheletro metallico di un cancello, fortunatamente ora in disuso. Esso è lì a testimoniare il periodo in cui il campo era interamente circondato da muri in cemento armato e filo spinato (di cui si vedono ancora ampie tracce) e quel cancello, perennemente controllato dai soldati, rappresentava l’unica via di entrata ed uscita per la popolazione del campo. La sera incontrammo alcuni dei principali esponenti del centro culturale, i quali ci raccontarono a grandi linee la storia di Dheisheh-camp. Con essi inoltre organizzammo un calendario di attività da svolgere, tra spettacoli e laboratori, nel campo stesso e in altri centri dei territori occupati. “L’economia del paese è a pezzi” ci spiegava Meri, una ragazza che lavora con una ONG italiana e che al momento era ospite all’IBDAA-Center. Da anni si occupa di progetti di sviluppo nei territori occupati ed opera soprattutto nella striscia di Gaza:”qui già vivono male ma là in confronto è l’inferno!”. Dopo un giorno di riposo al campo, diventavamo finalmente operativi. Ogni giorno avevamo in programma due o più attività tra spettacoli e laboratori, alcuni a Dheisheh-camp ed altri in altri campi profughi o villaggi. Escludendo l’uso della parola, per ovvie ragioni visto che i bambini parlano e comprendono solo la lingua araba e noi l’arabo non lo conosciamo, avevamo voluto portare in territorio palestinese uno spettacolo che “parlasse” ai bambini attraverso diversi linguaggi espressivi: clownerie, giocoleria, teatro di animazione, musica e suoni dal vivo. Non potendo descrivere ogni singola attività da noi svolta, perché mi dilungherei troppo (anche se, essendo avvenute nelle situazioni più disparate, ne varrebbe la pena), vorrei almeno fermare sulla carta, i posti e le situazioni che più mi sono rimasti impressi nella memoria (e credo di non esagerare se affermo: in modo indelebile). Nel campo profughi di Azzeh, vicinissimo a Betlemme, abbiamo fatto spettacolo per circa 250 bambini, in uno stanzone ripulito alla benemeglio. Quello spazio fatiscente, insieme ad un piccolissimo centro culturale di nuova costruzione, sono gli unici luoghi dove sia possibile svolgere delle attività. Per il resto il campo consiste in una strada stretta, sulla quale si affacciano case più o meno disastrate e niente più. Migliaia di persone sono costrette a vivere lì ammassate. I bambini vanno a scuola nelle vicinanze ma, quando c’è il coprifuoco, che a volte dura settimane, nessuno può entrare o uscire dal campo. E così fanno i turni nel microscopico centro culturale, per garantire un minimo di attività scolastica. Dopo lo spettacolo, abbiamo conosciuto una donna affetta da distrofia muscolare. E’ costretta in una sedia a rotelle. Avrebbe bisogno di una persona che stesse con lei giorno e notte per aiutarla nelle sue funzioni quotidiane, visto che le sue capacità motorie sono molto ridotte, ma questo tipo di assistenza costa molti soldi e lei, evidentemente non ne ha.
Un giorno siamo partiti da Dheisheh-camp per raggiungere il centro culturale di Beit Ula, vicino Hebron, a circa 40 km di distanza. Ecco come è andato il viaggio: siamo partiti in taxi alle otto di mattina. Con noi c’erano due ragazzi del campo che ci accompagnavano. Dopo un breve tragitto la strada era interrotta da uno sbarramento in terra battuta che dovemmo attraversare a piedi trascinandoci i borsoni e le valigie che contenevano i materiali dello spettacolo. Al di là dello sbarramento, dove la strada era nuovamente percorribile, prendemmo un autobus che giornalmente faceva la spola da quella postazione ad un check-point situato lungo la strada che porta ad Hebron. L’autobus non aveva orari veri e propri, attendeva di fare il pieno di passeggeri e partiva. Dopo circa venti minuti di attesa e un quarto d’ora di viaggio, arrivammo al check-point. Scendemmo e ci disponemmo in fila dietro a molte altre persone per essere “controllati” uno per uno dai soldati israeliani. Quel giorno la città di Hebron era sotto coprifuoco, non si poteva entrare né uscire. Gli unici che ebbero l’autorizzazione di passare dall’altra parte, fummo noi, in quanto muniti di passaporto estero, i nostri due accompagnatori, dopo circa mezz’ora di trattative. Tutti gli altri, compresi gli oltre 40 passeggeri dell’autobus con i quali avevamo viaggiato, dovettero tornare indietro. Quel giorno non si passava! Al di là del check point non c’erano mezzi di trasporto, avevano tutti timore ad avvicinarsi ad Hebron. Camminammo per circa 2 km poi lasciammo la strada asfaltata e ci inoltrammo nella campagna. Prendemmo un altro taxi che percorse un tratto di sentiero sterrato, al limite del praticabile (giornalmente i taxi cercano percorsi alternativi per eludere i check point). Poi un altro tratto di 3 km ancora a piedi sempre trascinandoci i bagagli. Giungemmo sfiniti ad un villaggio dove attendemmo i responsabili del centro culturale di Beit Ula, che finalmente ci accompagnarono in macchina fino all’agognata meta. Arrivammo alle 12,30, quattro ore e mezzo per percorrere 40 km ! Ecco come sono costretti a viaggiare giornalmente i palestinesi magari per andare a vendere una cassa di cetrioli al mercato (ne abbiamo visti tanti dalla campagna, soprattutto donne con i loro bambini), o per andare a lavorare.
Il ritorno fu quasi altrettanto rocambolesco.
Nel pomeriggio facemmo ancora uno spettacolo nel villaggio di Alkhadel sempre nella zona di Betlemme. Quando arrivammo ci dissero che li non c’erano sale per poter lavorare, il loro centro culturale era ancora impraticabile a seguito di una “operazione militare “ israeliana. Durante l’intifada questi centri in quanto luoghi di aggregazione sono stati bersaglio per i carri armati.
Facemmo spettacolo all’aperto, sul rimorchio di un camion, per circa 500 bambini.
Oltre alle zone intorno a Betlemme ed Hebron, lavorammo presso alcuni centri culturali situati nella città di Ramallah. Per raggiungerla bisognava attraversare il check point di Kalandia , dove esiste un omonimo campo profughi, alla periferia della città. Kalandia è un posto infernale, di sbarramenti in cemento e filo spinato, un traffico ininterrotto di macchine e camion, un via vai continuo di gente a piedi e poi bambini, tanti bambini che trascorrono le loro giornate lì, in quel delirio di polvere, smog, rumore e sporcizia. Cercano di guadagnare qualche spicciolo vendendo acqua, caffè, accendini o pacchetti di gomma da masticare, oppure si offrono come facchini per trasportare i bagagli delle persone che attraversano il check point a piedi. In quell’inferno dantesco conobbi una signora palestinese. Parlava un inglese stentato, era aperta e gioviale, dimostrava una gran voglia di comunicare. Mi raccontò un po’ di sé, mi presentò i suoi figli e suo marito, poi, guardando quei piccoli venditori che avevano l’età dei suoi bambini, mi disse che in molti casi essi rappresentavano l’unico sostentamento per la loro famiglia.
Durante i nostri spostamenti notammo che la West Bank (la Cisgiordania) è letteralmente costellata di insediamenti ebraici, i palestinesi li chiamano “satelliti”. Questi insediamenti, completamente circondati da recinzioni metalliche, muri e filo spinato, protetti da migliaia di soldati, sembrano delle vere e proprie città-fortezza, sono impressionanti a vedersi. A tutti noi sorse spontaneamente una domanda: a parte le condizioni di vita sicuramente più confortevoli e una relativa maggiore libertà di movimento, per quello che riguarda i coloni israeliani, c’è poi tanta differenza tra il vivere in un insediamento-fortezza-prigione invece che in un campo profughi-prigione ? A noi parevano le due facce della stessa medaglia.
Altra visione impressionante è quella del muro, un serpente di cemento e filo spinato che si snoda già per chilometri e cresce a vista d’occhio. Una mostruosità dall’impatto ambientale devastante! E poi, a cosa serve delimitare in modo così “violento” i confini tra i due territori quando di confini veri e propri non si può parlare? Come ho già detto la West Bank è letteralmente costellata di insediamenti israeliani in territorio palestinese! Come si può pensare ad una coesistenza pacifica in un tale guazzabuglio di promiscuità territoriale? Una cosa è certa, non sarà questo muro-mostro-serpente a migliorare la situazione, anzi la peggiorerà di sicuro.
“Eccoli qua i soliti discorsi antisemiti” potrebbe dire qualcuno leggendo questo scritto.
Non è così, anche molti ebrei la pensano allo stesso modo. Il numero di pacifisti tra gli israeliani è in continuo aumento, sempre più soldati si rifiutano di prestare servizio nei territori occupati.
Ma di questo si parla pochissimo, come si parla pochissimo di tutti quei palestinesi che si adoperano per la pace. Certo fa più notizia parlare di gente che si fa saltare in aria tra civili indifesi, o di vertici tra alti funzionari della politica internazionale, che dell’instancabile lavoro di “piccoli” uomini e donne, palestinesi e israeliani, che rischiano ogni giorno la propria incolumità, per costruire sopra macerie e cadaveri, un avvenire di pace e non di guerra.
Vorrei finire questo scritto parlando di uno di questi uomini e di quello che ci disse. Il suo nome è Khaled, fa il maestro elementare e si occupa giornalmente di progetti per lo sviluppo e il miglioramento delle condizioni di vita a Dheisheh-camp. E’ uno dei principali responsabili dell’IBDAA Center e si è occupato di prendere tutti i contatti per organizzare la nostra “tournèe” nei territori occupati. Quando ci salutammo, ci ringraziò a nome di tutta la comunità palestinese e ci chiese quali impressioni avevamo avuto durante il nostro soggiorno in Palestina. Dicemmo che eravamo rimasti molto colpiti da questa esperienza, che le informazioni che arrivano in Italia attraverso i mass-media, sono spesso ridotte e in molti casi fuorvianti. L’aver visto perciò con i nostri occhi in che modo vivono ci aiutava a capire un po’ meglio la loro condizione.
“Voi non avete visto nulla!” disse lui, ed aveva una luce negli occhi, la sua voce prese a tremare quasi impercettibilmente. Continuò e mentre parlava sembrava quasi che provasse dolore fisico.
Rimasi molto impressionata. “Voi non avete visto i nostri bambini morti per mano dei soldati, non avete visto i rastrellamenti notturni all’interno del campo, gli arresti indiscriminati, i soprusi. Io sono un maestro elementare, ho sei figli, tre di loro sono nati mentre ero in galera. Non li ho visti nascere e quando uscivo erano cresciuti e non mi riconoscevano. In prigione ci torturavano. Una volta mi fecero stare venti giorni senza dormire. In inverno ci facevano fare docce gelate ad ogni ora del giorno e della notte, ci facevano stare in piedi per ore ed ore a tremare di freddo. Ci sono ancora migliaia di persone in galera oggi, con la sola colpa di essere insegnanti, medici, avvocati…
Poco lontano da qui c’è una collina che si può vedere ad occhio nudo. Lì mio padre aveva una casa con un po’ di terreno. Gli fu portato via nel ’48 ed egli fu relegato qui, nel campo profughi. Io non sono mai potuto andare su quella collina, è proibito. Non dico che vorrei indietro tutto il terreno di mio padre, mi basterebbe una casa con un piccolo giardino per poterci vivere in pace con la mia famiglia. Io non voglio la guerra! Mi domando, perché tutto questo? Perché i miei figli non possono vivere con gli stessi diritti dei figli degli israeliani e dei vostri figli? Sono forse diversi? Non ho risposte ma dico una cosa sola: io sono nato in questo campo, vivo in questo campo insieme alla mia famiglia…ma io non morirò in questo campo! Quando tornate in Italia, parlate di noi e di quello che avete visto, solo di quello che avete visto, sapendolo ci sentiremo meno soli”.
Pensieri di Ignazio
Viaggio in Palestina 17-30 giugno 2003
La Palestina che ho conosciuto è una terra dalle alte colline, brulla e rocciosa a tratti coltivata da un’agricoltura povera fatta di oliveti, vigneti, piccoli campi di verdure, non di rado si incontrano pastori con il proprio gregge di pecore e capre…..questa terra arsa dal sole mi ricorda la Murgia pugliese.
A distanza di sei mesi vi faccio ritorno per la seconda volta e questo giro è diverso, viviamo interamente nei territori occupati riuscendo a capire per un attimo la vita del popolo palestinese.
Laggiù ho conosciuto molte realtà ed ovunque ho sentito il desiderio e la voglia di libertà.
Prima della partenza avevamo molti timori ma questi svaniscono al nostro arrivo in “Ibdaa Center” presso il campo profugo di Dheisheh, dove prendiamo alloggio in una confortevole stanza….donne e maschi separati secondo tradizione araba e successivamente conosciamo il nostro gruppo di appoggio.
Del gruppo di viaggio conosco personalmente Pierpaolo, l’ideatore di tutta la faccenda,
Martina, Paolo ed Elena li conoscerò lungo il percorso; fra’ Jacques rimarrà un tipo enigmatico per tutto il viaggio anche se indispensabile per la nostra entrata ed uscita dal territorio israeliano.
La bozza dello spettacolo viene messa su in un paio d’ore il giorno prima della partenza e poi confidiamo nell’esperienza attoriale personale, quando ognuno di noi si troverà davanti ad un altro pubblico e questo a mio parere è ben riuscito.
I quattro momenti teatrali, diversi tra loro per genere, creavano un crescendo catturando
l’attenzione del pubblico e grazie alle intuizioni registiche di Elena siamo riusciti ad incastrarci trovando un percorso comune.
Avevamo con noi burattini, marionette, trampoli, giocoleria, teatro di figura, clown e soprattutto tanta voglia di mettersi in gioco; personalmente ho impiegato un paio di giorni a capire quali fossero i tempi e le gag clownesche da usare davanti a loro, ma al momento dello spettacolo mi lasciavo trasportare dall’intuizione e dagli umori del pubblico.
Al nostro arrivo nei campi profughi i bimbi accorrevano da ogni angolo spargendosi la voce ed il più grande trainava i più piccoli così il numero cresceva sempre, il pubblico che ci guardava era costituito prevalentemente da bambini…..tanti e molto vivaci, diverse volte abbiamo avuto la necessità di un aiuto da parte degli adulti per tenerli a bada e poter quindi lavorare relativamente tranquilli.
La loro incontenibile vivacità si esprimeva in molti modi: tempo di attenzione, partecipazione attiva, commenti ad alta voce quando qualcosa li colpiva in particolar modo, spintoni energici ai più piccoli da parte dei ragazzi che volevano farsi avanti, ma in taluni posti quando meno ce lo aspettavamo abbiamo incontrato un’attenzione verso l’intervento al di là delle nostre aspettative.
Occasioni quest’ultime dove gli adulti ripetevano con molto entusiasmo che il nostro spettacolo per la gente del luogo era il primo della loro esistenza, un pomeriggio diverso dalla solita routine fatta di attesa, militari e sopravvivenza; quante volte quegli occhi scuri e penetranti hanno visto un fucile puntato mi chiedevo a fine intervento.
Significativa è stata l’esperienza del viaggio fino a Beit Ula, quel giorno per alcune ore ho vissuto sulla pelle la realtà dei territori occupati; sveglia e partenza presto per prendere un taxi prima ed un’autobus dopo ed arrivare al check-point, lì in fila indiana attendendo ognuno il proprio turno per mostrare i documenti.
Per i Palestinesi non c’è nulla da fare devono tornare indietro perché ad Hebron si svolgono un funerale di un membro di Hamas e i militari non lasciano passare nessuno, noi dopo una ventina di minuti ci lasciano passare insieme ai nostri collaboratori e via sotto il sole mattutino a scarpinare per un po’ di chilometri perché non vi sono taxi o bus arabi , solo auto israeliane e le nostre guide ben si guardano dal chiedere un passaggio.
Si riprende un taxi per essere mollati dopo un po’ di strada sterrata in un luogo dove non passano automezzi a causa di un blocco stradale costituito da sassi e terra riportati, quindi di nuovo a piedi e finalmente raggiungiamo un posto dove vengono a prenderci con due auto che ci portano al centro culturale dove, con un leggero ritardo di un’ora e mezza, riusciamo a fare l’intervento.
Il ritorno è più veloce ma non meno avventuroso, evitiamo la camminata prendendo due mini bus con i quali viaggiando su piste sconnesse, inventate dai palestinesi per la necessità di spostarsi, raggiriamo i controlli militari.
In Palestina ci si abitua a questi ritmi, sai quando parti ma non sai a che ora arrivi e soprattutto se ci arrivi perché puoi sempre incontrare un posto di blocco nuovo e ti rispediscono indietro.
Viaggiando su mezzi di trasporto locali siamo riusciti ad effettuare interventi in: Azzeh camp, Beit Jalla, Alkhadel, Kalandia camp e tanti altri…….
….per ognuno di loro ho un vivissimo ricordo.
Oltre agli spettacoli abbiamo svolto anche dei laboratori, personalmente ne ho tenuto uno di giocoleria con il gruppo di danza dell’Ibdaa Center, ragazzi/e con un’età varia dai tredici ai diciotto anni.
Ho costruite le palline usando fogli di giornali e scotch, un po’ leggere ma hanno svolto il loro dovere ed avevo con me una serie di cerchi; devo dire che c’è stata molta attenzione e dopo il primo passo compiuto dai ragazzi, si sono avvicinate le ragazze.
All’interno del gruppo ve ne erano alcuni che conoscevano la cascata base con le tre palline (in seguito scoprirò che alcuni giocolieri italiani sono stati ospiti del centro) e questi hanno fatto sì che negli altri nascesse la voglia di provare.
Peccato che a questo primo incontro non sia stato possibile dare un seguito per mancanza di tempo.
I centri culturali visitati sono gestiti per lo più da giovani, le loro attività mirano ad un coinvolgimento attivo dei bambini sia in ambito sportivo (squadre di calcio, basket etc.) che socio - culturale di vario genere ( computer, danza, pittura etc.), ma in tutti i casi vi è l’esigenza di distrarli da quelli che potenzialmente sono i pericoli reali di un vivere in strada nei territori occupati.
La nostra permanenza a Dheisheh camp dura otto giorni, da lì andremo a Ramallah ed infine a Taybeh con fra’ Jacques, verso la fine del nostro viaggio.
Ho un solo rammarico, non essere riuscito per motivi organizzativi a sperimentare un nostro intervento nella cittadina di Nevè Shalom, sia perché avrei incontrato le tre etnie tutte insieme e sia per il ruolo da pacifista che essa svolge in quella terra.
E’ stata un’esperienza istruttiva ed emozionante sotto diversi punti di vista: ho avuto modo di conoscere il popolo palestinese, ho avuto l’occasione di lavorare e collaborare con amici impegnati in un progetto comune, sento di aver contribuito con il mio intervento a rilassare la tensione del momento e ho quindi capito che davvero l’arte va al di là delle barriere,
ho colto per un attimo gli spazi aperti della Palestina , ho incontrato gente in gamba, ho ascoltato il Muezzin nei momenti di preghiera quotidiana, ho fatto un sogno……
Pensieri di Martina
BRICIOLE RACCOLTE IN PALESTINA.....
riporto pensieri buttati giù durante il viaggio: mi sembra più giusto, sono impressioni del momento, immagini senza un filo che le unisca se non la mia attenzione rapita.
FRANCOFORTE, AEREOPORTO, pomeriggio del 17 giugno.
Vedo i primi visi nuovi: ci sono ebrei ortodossi che pregano seduti nella sala d'aspetto: il nero similpelle delle poltroncine s'intona ai loro cappelli da pistoleri di Jodorowski. Ascolto nelle cuffie canzoni italiane degli anni 60'..."BANG, BANG, di colpo lei a terra mi gettò"....la situazione mi sembra abbastanza grottesca, assurda, sicuramente da incorniciare nella testa. Siamo partiti in orario, stranamente, mi sa che questa volta è seria...gli altri sono seri....padre Jacques forse un po' meno...riesce a parlare sempre, con tutti, fa amicizia come io mi soffio il naso: sull'aereo, ai controlli, per telefono...è proprio un'arte la sua!
4 bambini con i capelli nerissimi, occhi azzurri stralunati, stanno distesi di fronte a me: sembrano fratelli, soli senza adulti, ma già cresciuti, seri, un po' consumati dall'aspettare....chissà da dove vengono, che storia hanno, se l'hanno scelta oppure è arrivata dall'alto....è una bella fotografia del momento. Dietro a loro una famiglia molto tipica: padre, madre, figlio e figlia...sembrano appena usciti da un film di Woody Allen, parodia riuscitissima della comune idea di cosa sia un ebreo.
TEL AVIV, AEREOPORTO, stesso giorno.
Abbiamo passato senza problemi tutti i possibili controlli....chi ci doveva far tremare alla fine abbiamo scoperto essere giovani ragazze che masticano gomme infinite. Non è che per questo i loro occhi siamo meno duri o le parole meno incisive, anzi forse di più visto che il tutto è racchiuso in corpi di adolescenti in divisa militare.
DHEISHEH CAMP, CENTRO IDBAA.
Siamo arrivati, e non sembra vero...anche il passaggio al check point è andato bene, solo il mio forse inutile sacco da trampoli crea problemi, ma appena lo apro mi sembra che un'ombra di sorriso arrivi sulle facce dei soldati. Il centro che ci ospita è proprio un paradiso....è strano averlo trovato in Palestina! Conosciamo Meri, italiana che lavora qui da 20 anni...all'inizio le sue domande ci fanno un po' paura, sintomi della psicosi da controllo, poi capiamo che tutto va bene, ascoltiamo i suoi racconti, ci raccontiamo...Gaza è chiusa e sotto bombardamenti, sembra; Meri dovrebbe andarci per continuare i suoi progetti( una latteria sociale e attività di animazione per bambini) ma le hanno detto che chi entra non esce più...lei ci va tra due giorni.
Abbiamo visto le prove di uno dei tre gruppi di danze popolari del centro...tra due settimane partono per la Grecia, forse. Visivamente: ragazzi tra i 12 e 17 anni che saltano, vestiti come in Italia, un pò più scuri di pelle, un po' più belli. Emotivamente: energia che esce limpida, sguardi senza paura ma pieni di vita sporcata, proprio per questo più veri, forti, che pulsano. Le mani girano facendo vortici che incantano, i piedi saltano a tempo del cuore. Una scena sopra tutte: il "finto" funerale di un ragazzo; maschi e femmine divisi nel dolore mai patetico, ma uniti nel festeggiare il rito del riscatto. Credo che è così che si fondono arte e vita: ridendo, saltando, dando calci alla prigione, ai diritti negati, alla pace promessa mai mantenuta.
Dopo due giorni i bambini che corrono in bicicletta davanti al centro mi chiamano per nome...mi fa molto felice! Uno di loro mi ha regalato un braccialetto con un pendente a forma di serratura: qui chiavi e serrature sono molto importanti perché ricordano le case che i nonni hanno dovuto lasciare, 55 anni fa. Tutti sanno i nomi dei villaggi da cui sono stati scacciati nel '48, anche perché sono scritti ovunque: sulle porte delle stanze dell'ostello, sopra i tavoli del ristorante, sui muri del centro culturale, nella testa di vecchi e piccoli, nella memoria.
BETLEMME
La grotta di Gesù, che giustamente è grotta e non capanna, anche se ormai talmente rivestita e abbellita che un bue e un asinello non te li immagini per niente lì dentro; un miscuglio di chiese ed ordini, l'odore del sole sulle pietre bianche, sotto il cielo troppo azzurro per essere vero; thè caldo con foglie di menta bevuto in fretta per scappare dal ruolo di turisti da far comprare...ma in fondo cos'altro siamo?
JIHAD RAMADAN, la nostra guida....in molti sensi!
"Io guardo dove voglio e come voglio, sono un uomo libero, se puoi fermami..." così dice il giovane sarracino (come l'ha soprannominato Paolo) ai soldati del check point, vestito in modo da sembrare molto più cattivo di quanto sia veramente. E i soldati lo tengono lì tutta la notte, picchiandolo....e così tante altre storie: il fratello chiuso nella chiesa della Natività, che ora si fa vedere poco a casa per non mettere in pericolo la famiglia; il bambino ucciso al posto di blocco perché aveva uno zainetto sulle spalle e poteva essere un terrorista; il maestro di scienze responsabile del centro che non ha visto crescere i suoi figli per i troppi periodi passati in prigione tra docce fredde e notti fuori sotto la neve.....
CENTRO CULTURALE DI ALKHADEL.
E la carica dei 500 dove la mettiamo? Vento e sabbia nelle mani e negli occhi, una corda che cerca di frenare un'onda di bambini che vuole solo straripare e sommergerci, un piccolo centro dove anche le donne hanno spazio e come sempre pochi soldi.
KALANDIA
E' un check point e anche un campo profughi...anche se sembra il nome di un paese da mille e una notte. Il muro avanza qui vicino, intorno al posto di blocco c'è una vita a parte, un mercato di storie e cose, bibite e speranze, taxi e impossibilità. Una bellissima ragazza del centro culturale, con degli occhi che non ho mai visto, regala a me e a Elena due dei suoi braccialetti, augurando buona fortuna e dicendo che è molto felice di averci conosciuto: tutto questo dopo essere state insieme solo 3 ore...mi fa piangere.
Pensieri di Paolo
23 giugno 2003 – IBDA CENTER – Dheisheh Camp- Bethlehem
Carissimo Livio,
La Palestina è meravigliosa.
La luce accecante clima caldo ma secco si sta molto bene. questi giorni siamo in giro a fare spettacoli nei centri culturali palestinesi, alcuni campi profughi e villaggi.
Ieri giornata intensissima, mattina passato il chek point israeliano poi due km. a piedi alta collina brezza di montagna paesaggio bellissimo vigneti e coltivazioni di pruni e albicocche, poi per aggirare Hebron vari taxi che percorrono stradine di campagna, altri tre km. a piedi e finalmente sono arrivati quelli di Beit Ula (si pronuncia Betula). Altri dieci km in macchina salendo per colline fino sugli 800 m.
Vista meravigliosa quasi fino al mare qui siamo prossimi al confine tra la West Bank e Israele siamo arrivati in una valle tutta verde di coltivazioni.
Qui la cooperazione italiana ha fatto molti progetti di avanzamento dell' agricoltura , il centro culturale ci accoglie come in una oasi e ci offrono subito dei dolcetti buonissimi e dentro lo stanzone dove faremo lo spettacolo è pieno di nidi di passeri che cantano e volano dappertutto.
I bambini sono tranquilli ( al contrario di quelli dei campi profughi che hanno una energia repressa enorme) comunque qui bambini bellissimi.
Qui a Bet Lehem (Betlemme) siamo alloggiati bene tipo ostello.
Comunque ieri , per darti una idea nel pomeriggio siamo tornati da Beit Ula per fare un altro spettacolo, viaggio di ritorno allucinante per aggirare il chek point, in 12+2 bambini piccoli dentro un Ford Transit per 10 km stradina sterrata di montagna, polvere, attraverso una zona di cave di pietra ecc.
Due ore.
Poi di nuovo bus e taxi.
Gli spostamenti sono allucinanti, il territorio come una groviera per via delle zone off limits create dagli insediamenti israeliani.e dalle strade privilegiate che hanno loro per collegarli.
Arrivati finalmente ad Alkhadel abbiamo trovato situazione del tutto diversa, circa 500 tra bambini e ragazzi e poi un po' tutta la popolazione .
Delirio, ma loro sono stati molto contenti, prima volta in assoluto che vedevano uno spettacolo.
Avevano portato un camion in mezzo ad un enorme piazzale, sul cassone era il nostro palcoscenico.
Dopo lo spettacolo invitati in casa di uno degli organizzatori come si usa qui a prendere il te e mangiare qualcosa e parlare.
Il tipo che assomiglia a Gesù comincia il discorso dicendo che ha letto e conosce tutti gli scritti di Antonio Gramsci, parliamo della democrazia e della conquista della libertà, non mi dimenticherò di questa giornata. Nei giorni scorsi siamo stati nel campo di Azzeh e nel villaggio di Beit Jala non lontano da qui poi abbiamo fatto la visita alla Basilica della Nativitá.
Ti racconterò il resto poi .
Dai un bacio per me alla Doni.
Ti voglio bene .
Ciao
Pa.
Teatranti da 4 soldi pellegrini in Palestina
1 luglio 2003 – Piacenza -
Il viaggio continua.
Partiti il 15 giugno da Arezzo per Udine.
Pomeriggio ai Rizzi, paesino accanto allo stadio Primo Carnera.
Spettacoli per finanziare la spedizione, ci sono anche gli Shabernach che ci danno una mano anche se non partiranno con noi.
Poi ragazzi di Udine che suonano, in particolare Simone e Federico che ci accompagneranno al Marco Polo il 17 mattina alle 4, così presto per anticipare eventuali problemi con i controlli. Sono tornati a prenderci al ritorno il 30, ragazzi friulani grandi e sorridenti.
Penso a quanto tempo questa terra da cui partiamo è stata terra di confine. La sensazione è che non siamo soli in questo viaggio, che tanti ci hanno aiutato ed in pratica sono con noi. Solo ora trovo il tempo di scrivere, questi giorni sono stati troppo intensi per perderne anche solo un minuto, ho cercato di fare della memoria attiva, non dimenticherò neanche il più piccolo dettaglio di quello che ho visto e sentito, con gli occhi, le orecchie, il cuore, i polmoni, con tutto il corpo. Oltre tutto che ci siamo vissuti questa esperienza sull’orlo dell’ironia. Oggi pomeriggio nell’ultimo aggiornamento della spedizione, a casa di Martina, abbiamo immaginato di poter rivendicare anche noi italiani quella terra, dal momento che l’imperatore Tito arrivò lì, come noto non lasciò pietra su pietra e ne fece una provincia romana. Questo viaggio mi ha regalato anche dei nuovi amici: Ignazio detto Izio, giocoliere raffinato, ha sostenuto la seconda parte ed il finale dello spettacolo nelle 11 repliche, nelle situazioni più varie ed anche molto difficili, in molti posti la prima volta che arrivava uno spettacolo. Prezioso aiuto cuoco quando a Taybeh, nella “serata italiana” organizzata per noi, si fa per dire, da padre Raed, il parroco il cui nome significa fulmine, (padre fulmine di nome e di fatto) .
Abbiamo cucinato pasta al forno per 60 persone ! Grande prova di improvvisazione, hanno divorato tutto !
Poi la Martina che era il centro dello spettacolo, più di tutti è riuscita a toccare il cuore delle ragazze e ragazzi palestinesi con le sue clownerie semplici e dirette. Tutti i bambini si ricordavano subito il suo nome, Martina , Martina… poi sarebbe stato da filmare, ma non potevamo portare telecamere.
Martina ha attraversato i vari posti di controllo, Bethlehem, Kalandia, portandosi il suo grande sacco rosso con dentro i trampoli. Poteva starci benissimo un bazuka oppure un cadavere. Infatti padre Jacques ogni tanto diceva: dai dammi, lo porto io il morto. Ma non c’era tanto da ridere di fronte a quei nervosissimi ed incazzatissimi ragazzi e ragazze israeliani vestiti da soldati cattivi. Ho sentito in qualche momento che sarebbe bastato un gesto di troppo… Ah, padre Jacques, la prima volta che l’ho visto ho pensato, ah eccolo! Nel senso che è un personaggio che uno nella vita prima o poi lo si deve incontrare. Parigino di madre turca e padre polacco stilista di moda, dopo aver fatto il maggio francese va a piedi a Santiago de Compostela, poi riparte sempre a piedi va il Palestina e ci resta per 20 anni a fare l’eremita.
E' stato una guida preziosa in tutti i sensi ed in qualche momento ho pensato che veramente stavamo facendo un pellegrinaggio, nel senso del viaggio spirituale. Tranquilli, non mi sono convertito, malgrado le visioni bibliche e l’idea di essere, come diceva Francesco, “giullari di dio”.
16 luglio 2003 – monte Lignano – Arezzo
In città il caldo è insopportabile, è cambiato il vento, nel pomeriggio arriva lo scirocco e non si respira.
Saliamo ai 700 metri e qui finalmente riprendo il filo.
In Palestina non soffrivo per niente il caldo, il sole molto più forte, tanto da non poter stare a testa scoperta, la luce accecante, il cielo sempre limpido soprattutto sugli altopiani, però l’aria secca e spesso la fresca brezza rendevano il clima veramente piacevole, sorseggiando il te alla menta.
Mi ritorna in mente quello che ci disse una sera Jihad, la nostra “guardia del corpo” negli spostamenti, che noi, una volta tornati a casa ci saremo dimenticati, messa l’anima in pace riprendendo il lavoro e la vita normale. Ho avuto paura di dovergli dare ragione ma c’è una sensazione più forte, che mi pare di non essere proprio ritornato a casa, che il viaggio continua e che il luogo della lotta è in ogni posto dove l’umanità grida: “non è questa la natura delle cose”. Il viaggio sposta i punti di vista e le cose non sono più le stesse. Sarebbe molto necessario che tutti gli ebrei del mondo vedessero con gli occhi, dico di persona, che razza di muro si sta costruendo, che ferita lacerante nella loro terra promessa! Qual è la ragione per cui si continua ad umiliare e segregare un popolo, quello palestinese che, attenzione, non ha nessunissima intenzione di arrendersi.
I figli e le figlie del deserto.
Ancora a pochi chilometri da Jerusalem ci sono i pastori beduini sotto le tende, alcune ancora fatte di pelli di cammello. Hanno il diritto di vivere secondo la loro cultura o sono meno importanti delle pietre delle varie tombe ? Tomba di Rachele a Bethlehem, sito trasformato in un fortino come del resto tutti gli insediamenti, tomba di Abramo ad Hebron, città che all’occorrenza viene sigillata dai militari, impossibile entrare e uscire, tomba di Gesù a Jerusalem, dove le pietre, le colonne, le icone parlano delle crociate, del sangue delle guerre combattute in nome di Dio.
Il muro, un’opera colossalmente idiota, ufficialmente per impedire il passaggio dei terroristi ! Abbiamo visto il tratto che circonderà Ramallah, in due giorni ne avevano costruito altri 500 metri, molto efficienti, con la scusa della sicurezza stanno facendo un business enorme.
Speriamo solo che il nostro ministro Lunardi non prenda esempio per le sue grandi opere. Comunque quello che abbiamo visto è la realizzazione tramite lo strapotere economico militare di una specie di grandissimo lager dove rimarranno chiusi i Palestinesi che non accettano di abbandonare la loro terra. Alcuni ci hanno raccontato che i poliziotti israeliani più carogne sono proprio arabi. Chissà perché ma questo mi ricorda che i capò dei lager nazisti erano spesso ebrei.
Oppure si pensa già al modo di abbatterlo nel mentre lo si costruisce ? Visto che i pezzi del muro di Berlino si vendevano come souvenir sarebbe un bel commercio !
Quest’opera faraonica è secondo me un insulto prima di tutto all’intelligenza degli ebrei.
Ho sentito una frase che mi ha colpito, pronunciata da palestinesi: "cercare altre strade per la pace vera, toccare il cuore degli israeliani".
Ho visto uno dei luoghi dove si è fatto scoppiare un kamikaze a Jerusalem. Sono ancora convinto che non può essere una guerra di liberazione quella in cui si fa bersaglio dei civili.
Nei primi anni 80 ero iscritto al Dams a Bologna e in quel periodo non era divertente fare il pendolare in treno, i tribunali non li hanno condannati ma tutti sappiamo che le bombe le mettevano i fascisti.
24 luglio 2003 – Certaldo
Abbiamo organizzato un incontro a Mercantia, il festival degli artisti di strada. E’ l’occasione per ripensare al valore del lavoro teatrale che abbiamo fatto e a cosa di meglio poter progettare per una futura spedizione. Ci sono circa 20 persone, quasi tutti artisti, di noi manca solo Pierpaolo, c’è anche Alberto che è stato in Palestina in un’altra occasione. Poi c’è Thomas che è stato in Israele ma non nei territori occupati (liberati dice lui),
E' venuto per rintuzzare "la propaganda anti-israeliana", peccato, un’altra occasione persa per lui.
Comunque c’è molta attenzione per il nostro racconto e vedo quanto sia importante testimoniare della realtà che abbiamo vissuto che non è certo tutta la realtà ma di sicuro molto diversa da come – non - ce la raccontano i media. Abbiamo parlato dei contatti intercorsi e della concreta possibilità di realizzare uno spettacolo con i ragazzi di Ibdaa Center.
Sapendo quanto tempo ed impegno soprattutto Pierpaolo ha profuso per organizzare questo viaggio, penso che per preparare il prossimo dobbiamo darci da fare, tutti quelli interessati a fare un pezzo del viaggio insieme. I muri, la guerra, l’oppressione economica e morale non sono la soluzione del problema.
Pensieri di Pierpaolo
Prima di arrivare in Palestina non avevo un'idea precisa di quello che avrei trovato, e sicuramente è stata una sorpresa , nel bene e nel male, quello che ho visto.
1) L'occupazione militare.
Tutti i villaggi e le città Palestinesi sono chiusi, ( i turisti con validi motivi e le persone con lasciapassare di organizzazioni umanitarie talvolta sono tollerati). Per entrare ed uscire bisogna passare per i chek point dove si è controllati uno alla volta dai militari israeliani.
La gran parte delle persone non hanno mai potuto uscire dal loro villaggio. Ai chek point i militari possono decidere da un momento all'altro che non passa più nessuno (nemmeno delegazioni ufficiali internazionali), non ho capito con quale criterio, visto che lo fanno sia che ci siano in corso azioni militari, sia che la zona sia tranquilla.
Dicono che lo fanno contro il terrorismo, ma il motivo più plausibile è quello di voler umiliare la popolazione, visto che se proprio uno vuole , ci sono diverse alternative per evitare i chek point.
Uno dei risultati è la forte disoccupazione.
2) Insediamenti Israeliani in territorio Palestinese.
E' il nocciolo della questione.
Non credevo che ci fossero così tanti insediamenti e soprattutto con così tanti abitanti. (ce n'è uno con circa 50.000 abitanti alle porte di Gerusalemme).
Quando il Governo Israeliano per gli accordi di pace dovrà far sgomberare questi insediamenti credo che avrà più problemi con i coloni che con gli stessi Palestinesi (…se veramente vorrà la pace).
3) Il Muro che gli Israeliani stanno costruendo
Se ne parla poco, ma a vederlo sembra un serpente minaccioso che si allunga sempre di più nel suo intento di circondare completamente i territori palestinesi (per la precisione non solo circonda ma contemporaneamente occupa ulteriore terreno palestinese).
Se non si ferma, il risultato sarà sicuramente un "ghetto" da dove sarà molto difficile entrare ed uscire.
4) Il popolo Palestinese
Mi aspettavo un popolo in ginocchio, rassegnato da tanti anni di occupazione, ed invece ho trovato un popolo vivo, che mantiene e porta avanti le sue tradizioni, moderno e con la voglia di ricostruire ogni volta che gli viene distrutto qualcosa. Ci sono tantissimi centri culturali (per i quali abbiamo fatto gli spettacoli) di tendenze ed idee diverse che spesso sono stati oggetto di incursioni di militari israeliani che hanno distrutto le loro strutture e i loro strumenti operativi, e che ogni volta, anche con aiuti internazionali sono risorti. Non abbiamo incontrati "terroristi", ma solo persone che rivendicano il loro diritto , di vivere in un paese libero, attraverso lo strumento della cultura. Sul problema del terrorismo ci hanno detto che, anche se non sono d'accordo con quei mezzi, comunque riconoscono lo stato di martire ai ragazzi che si suicidano in nome di un ideale comune. Generalmente sono ragazzi disperati che non hanno una prospettiva per il loro futuro .
5) I bambini Palestinesi
I nostri spettacoli li abbiamo fatti soprattutto per i bambini.
Sono una delle parti più deboli della popolazione, loro non c'entrano niente con questa guerra ed invece stanno pagando un prezzo altissimo, sia dal punto di vista della loro situazione materiale, sia anche come perdita di
vite umane.
Le scuole sono poche, i bambini fanno i turni, ci sono poche strutture
sanitarie che non riescono , per carenza di personale e mezzi, a fornire assistenza adeguata , chi ha i soldi trova il modo per essere curato, gli altri non hanno speranza (questo ci è stato raccontato da un medico Palestinese che vive a Gerusalemme e che ha studiato in Italia). Ci sono dei Centri Culturali che fanno un buon lavoro, ma la maggior parte del tempo i bambini lo passano in strada a giocare o girare in bicicletta e quando passano i carri armati o le camionette militari israeliane si divertono a tirare loro sassi e bastoni..
In cambio ricevono pallottole. (Ho visto i segni sui corpi di alcuni ragazzini).
I loro racconti sono tutti incentrati sui fatti ai quali sono stati testimoni, ammazzamento di parenti ed amici, bombardamenti, scontri a fuoco, e lo raccontano come i nostri bambini raccontano che sono stati in vacanza al mare.
Mi sono fatto tanti amici fra questi bambini, poiché ogni sera prendevo un po' di fresco in mezzo a loro, fuori dal Centro Culturale dove eravamo ospitati.
Curiosi ed espansivi, volevano sapere tante cose da te e tante te le raccontavano loro.
Peccato per la difficoltà di capirsi bene con le parole, ma si riusciva a comunicare lo stesso.
Il ricordo della Palestina è soprattutto il ricordo di questi bambini.
Dear Pierpaolo,
Thank you for your e-mail. It is good to hear from you and I'm happy that you are interested in more cooperation. I would like to remind you that we agree to meet and discuss our cooperation to train Palestinian
and to have a visit of Palestinian dancing group to your country. I thank your visit is great and it gave the Palestinian children a lot of pleasure and fun. It gave them opportunity to laugh and forget their pain and suffering. I think it is very important and successful and very needed for our children. All people I talked to them praised you and your work and like to cooperate with you. I'm looking to hear specific ideas on how can we process our cooperation.
Yours in peace & reconciliation,
The Center for Conflict Resolution & Reconciliation – CCRR Director
Noah Salameh
Carissimo Pierpaolo,
Grazie per la tua e-mail. E’ cosa buona di avere delle vostre notizie. Sono contento di sapere che siete interessati ad una più grande cooperazione con noi.
Si ! Siamo d’accordo ad incontrarvi per discutere della nostra futura cooperazione :
Vi ringrazio per vostra bella visita tra di noi che ha dato a tanti bambini Palestinesi la possibilità di divertirsi e di ridere, dimenticando così, per un momento, loro dolore e sofferenza. Ne avevano tanto bisogno e, al mio parere, è stato un successo!
Tutte le persone che vi hanno incontrato e che ho potuto contattare sono stati molto contenti e soddisfatti e vorrebbero cooperare con voi.
Sono nell’attesa di sentire da voi alcune idee specifiche su come iniziare la nostra cooperazione.
Uniti in legami di pace & riconciliazione
Il Centro per la Risoluzione del Conflitto & per la Riconciliazione
Il Direttore del CCRR
Noah Salameh
ATTIVITA' SVOLTA
Spettacoli
1) IBDAA CENTER spettatori 250
2) Centro Culturale HANDALA 150
3)ARAB ORTHODOX center 450
4)Centro Culturale BEIT ULA 150
5) ALKADEL 500
6)IBDAA CENTER 150
7)Campo estivo disabili 50
8)Centro Culturale RAMALLAH 200
9)Centro culturale KALANDIA 250
10)Centro culturale AMARI CAMP 150
11)TAYBEH 500
Totale Spettatori 2900
Laboratori
1)Biblioteca IBDAA burattini partecipanti 25
2)Biblioteca IBDAA burattini partecipanti 20
3)Taybeh burattini partecipanti 25
4)Centro IBDAA giocoleria partecipanti 25
Totale partecipanti 95
BILANCIO CONSUNTIVO DELLA SPEDIZIONE
ENTRATE
Coop.Damatrà 780.00
Compagnia Brujerias de papel 135.00
Resto Carovana Serbia 635.00
Circolo Culturale Nuovi Orizzonti 1100.00
Paola e Vittorina 50.00
Payasos sin Fronterasa 1200.00
Coop. Itaca 200.00
Cosmoteatro 260.00
Roberta 50.00
Contributo artisti partecipanti 862.00
Grazie anche al Teatro Schabernach , al gruppo musicale Sache Burache e a Federico Galvani
Totale 5272.00 Euro
USCITE
Aereo 3210.00
Assicurazioni 375.00
Autostrada 50.00
Materiale laboratori 50.00
Rimborso Schabernach 100.00
Materiale per documentazione 100.00
Taxi in Palestina 150.00
Mangiare 250.00
Contributo pernottamento IBDAA 200.00
Resto per la prossima Carovana 787.00 Euro